Archivi categoria: Nursing

L’amore è un vero anti-dolorifico purché la “cotta” sia al culmineL’amore è un vero anti-dolorifico purché la “cotta” sia al culmine

Una ricerca dalla Stanford University sostiene il reale potere lenitivo del sentimento quando è nella sua fase cruciale: l’esperimento condotto su studenti innamorati ha dimostrato che esso “colpisce” le stesse aree neurali sulle quali agiscono i farmaci analgesici

ROMA – L’amore batte tutto. Quel che sostenevano i poeti ora lo afferma anche una ricerca scientifica secondo la quale il sentimento amoroso è un potente analgesico che agisce sulle stesse aree neurali su cui esplicano il loro effetto i farmaci antidolorifici; le aree ‘primitive’ e profonde del cervello, quelle dell’appagamento e del piacere. La tesi è il punto di approdo dello studio condotto dal professor Sean Mackey presso la Stanford University School of Medicine e pubblicato sulla rivista PLoS ONE.

Non basta però un amore qualsiasi. A quanto pare, per produrre il suo effetto analgesico, il sentimento deve essere sperimentato nel suo momento più “potente”; quel momento secondo gli studiosi è l’innamoramento nella sua fase iniziale ed è allora che il solo pensiero della persona amata riduce una sensazione di dolore.

Mackey e i suoi collaboratori si sono accontentati di un campione ridotto, arruolando di 15 studenti di entrambi i sessi e nel pieno dell’innamoramento. Per il test, è stato chiesto loro di portare con sè nel laboratorio una foto del proprio partner e un’altra di un amico da loro ritenuto attraente. I ricercatori hanno poi sottoposto il gruppo a piccoli dolori cutanei provocati da un oggetto che veniva riscaldato mentre i volontari lo tenevano in mano. Gli studenti nel frattempo guardavano le foto del partner o del conoscente. La prova è stata ripetuta senza le foto, ma distraendo i partecipanti con dei giochini cognitivi effettuati durante lo sitmolo doloroso.

Le reazioni dei volontari sono state registrate con un esame del loro cervello attraverso la risonanza magnetica funzionale e il risultato è stato univoco: la foto dell’amato riduce la sensibilità al dolore, non così la foto del conoscente. Al solo guardare il partner, nel cervello degli studenti “testati” si attivavano aree legate alle dipendenze, al piacere, all’appagamento, come il nucleo accumbens; le stesse aree “bersagliate” dai farmaci oppiacei nelle terapie anti-dolore, ma anche dalle sostanze d’abuso come droga e alcol.

Anche la distrazione agisce contro il dolore, ma lo fa, sottolineano i neurologi, agendo sulla corteccia cerebrale e quindi a una sfera più alta della cognizione. L’amore, conclude anche filosficamente la ricerca, esercita un potere più profondo, istintuale e primitivo.

 

Interruttore antidepressione: “spegne” la molecola

Interruttore antidepressione:
“spegne” la molecola

L’Università di Yale: presto portare nuovi farmaci che agiranno con efficacia contro il processo che attiva gli stati di abbattimento psicologico e fisico. Le medicine attuali sono efficaci solo sul 60 % dei pazienti

ROMA – Un “pulsante” per cancellare la depressione. E’ quanto sarà possibile in un prossimo futuro, in seguito ad uno studio effettuato dagli scienziati della Yale University. Secondo questa ricerca, infatti, c’è un interruttore molecolare che ha un ruolo chiave nella depressione e che potrebbe divenire il bersaglio d’azione di una nuova classe di farmaci antidepressivi. La scoperta, annunciata sulla rivista Nature Medicine, è frutto del lavoro svolto dall’Università americana sul cervello di 21 pazienti depressi deceduti, confrontato col cervello di 18 individui sani.

Si tratta del gene che produce una molecola che disattiva un processo vitale per la sopravvivenza e la funzionalità dei neuroni, favorendo in questo modo la comparsa di sintomi depressivi. I ricercatori di Yale, coordinati da Ronald Duman, hanno rilevato che nel cervello dei depressi c’è una quantità di questa proteina, la ‘MKP-1’, più che doppia rispetto alla concentrazione di questa molecola nel cervello degli individui sani.

La depressione è un disturbo complesso e pieno di sfaccettature, che si manifesta con sintomi più o meno gravi.
Forse è proprio per questo che i farmaci oggi in uso, che peraltro impiegano alcuni mesi prima di iniziare a manifestare un effetto, sono efficaci solo sul 60% dei pazienti.

Gli esperti hanno rilevato che la molecola MKP-1 è presente in quantità eccessiva nel cervello dei depressi e hanno visto che questa molecola è un interruttore che spegne un’altra molecola chiave per la sopravvivenza e il corretto funzionamento dei neuroni, la ‘MAPK’.

Che MKP-1 giochi un ruolo chiave nella depressione lo hanno dimostrato in particolare i test sugli animali: rendendo inattiva la MKP-1 nel loro cervello, questi diventano resilienti (cioè totalmente immuni) allo stress; viceversa, iperattivando la MKP-1 i topolini iniziano a manifestare i segni del disturbo depressivo. Tutto ciò fa sperare nella possibilità di produrre una nuova classe di farmaci contro la depressione.

Nursing in the United Kingdom – Wikipedia, the free encyclopedia

The Nursing and Midwifery Council

The core function of the NMC is to establish and improve standards of nursing and midwifery care in order to serve and protect the public. Its key tasks are to:

  • maintain a register listing all nurses and midwives;
  • set standards and guidelines for nursing and midwifery conduct, performance and ethics;

provide advice for registrants on professional standards;

  • quality assure nursing and midwifery education;
  • set standards and provide guidance for local supervising authorities for midwives;

consider allegations of misconduct, lack of competence or unfitness to practice due to ill health.

The powers of the NMC are set out in the The Nursing and Midwifery Order 2001.

The council consists of twelve registrant members, twelve alternate registrant members and eleven lay members. The registrant members consist of equal numbers of nurses, midwives and specialist community public health nurses. The lay members include people from education, employment and consumer groups (who are appointed by the Privy Council. The former president and vice-president were Sir Jonathon Asbridge and Mary Hanratty respectively.

The NMC held its first elections of registrants for its governing council, with all members. The new council came into being in July, 2006. The first elected President of the council is Sandra Arthur, with the vice-president position vacant.

[edit] Regulation

To practise lawfully as a registered nurse in the United Kingdom, the practitioner must hold a current and valid registration with the Nursing and Midwifery Council. The title “registered nurse” can only be granted to those holding such registration, this protected title is laid down in the Nurses, Midwives and Health Visitors Act 1997.

[edit] The register

As of August 2005, the NMC register split into three parts: nurses, midwives and specialist public health nurses. Previously, it only contained 15 “sub-parts”, a list of which can be viewed here

According to the NMC, there are 672,897 registered nurses on the register, as of 2005. Of these:

  • Over 10% of registrants are male.
  • Over 53% are on part 1 of the register (Adult).
  • Over 60% are under the age of 40.
  • There are only two male School nurses registered with the NMC.

[edit] Employment of nurses

The National Health Service is the provider of almost all healthcare in the United Kingdom, and employs the vast majority of UK nurses and midwives which number 386,000 according to the Department of Health.

The nursing staff is split into two main groups:

  • Non-registered staff
– e.g. auxiliary nurses and healthcare assistants.
  • Registered staff (split into four further groups)
– First level nurses.
– Second level nurses.
– Specialist nurses.
– Managers.

[edit] Non-registered staff

These staff can be found carrying out a number of roles, attracting various titles such as auxiliary nurse, healthcare assistant (HCA), clinical support worker, care assistant and nursing assistant. These titles all describe workers who work in direct patient care (often on wards), performing tasks such as personal care (washing and dressing), social care (feeding, communicating to patients and generally spending time with them) and more specialised tasks such as recording observations or vital signs (such as temperature, pulse, respirations TPR) or measuring blood pressure, urinalyisis, blood sugar monitoring, waterlow score, catheterisation, or canulisation).

Some unregistered staff can work in other roles, for example as phlebotomists (taking blood samples) and ECG technicians (recording electrocardiograms). Others can expand their ward-based role to include these tasks and others. Technically, there are few areas of nursing practice that cannot be legally performed by suitably trained non-registered staff, although they cannot fully replace them, as they legally must be supervised (either directly or indirectly) by a fully qualified registered nurse.

[edit] Registered staff

[edit] First level nurses

First level nurses make up the bulk of the registered nurses in the UK. They were previously known by titles such as RGN (registered general nurse), RSCN (registered sick children’s nurse), RMN (registered mental nurse), RNMH (registered nurse mentally handicapped N.B. Not to be confused with the more modern abbreviation for Mental Health Nurses i.e. Registered Nurse in Mental Health – see table to the right), RFN (registered fever nurse) and SRN (state registered nurse) etc.

Sub-part Level Branch Title Country
1 First General RGN UK-Wide
2 Second General EN(G) England and Wales
3 First Mental illness RMN UK-wide
4 Second Mental illness EN(M) England and Wales
5 First Learning disabilities RNLD UK-wide
6 Second Learning disabilities EN(LD) England and Wales
7 Second General SEN Scotland and NI
8 First Children RSCN UK-wide
9 First Fever (obsolete) RFN UK-wide
10 N/A Midwife RM UK-wide
11 N/A Health visitor HV UK-wide
12 First Adult RN/RNA UK-wide
13 First Mental health RN/RNMH UK-wide
14 First Learning disabilities RN/RNLD UK-wide
15 First Child RN/RNC UK-wide

The majority of first level nurses are employed as staff nurses with the minority in management and specialised roles.

[edit] Second level nurses

Second level (still referred to as EN’s) nurse training is no longer provided, however they are still legally able to practice in the United Kingdom as a nurse and also by law may refer to themselves as a registered nurse NMC. EN’s trained for a period of 24 months in England and Wales whilst training in Scotland was normally 18 months in duration. Many have now either retired or undertaken conversion courses to become first level nurses.

[edit] Specialist nurses

The NHS employs a huge variety of specialist nurses. These nurses have many years of experience in their field, in addition to extra education and training (see below).

They split into several major groups:

  • Nurse Practitioners – these nurses carry out care at an advanced practice level. They often perform roles similar to those of Doctors. They commonly work in primary care (e.g., GP surgeries) or A&E departments, although they are increasingly being seen in other areas of practice.
  • Specialist Community Public Health Nurses – traditionally known as District Nurses and Health Visitors, this group of practitioners now includes many School nurses and Occupational Health Nurses.
  • Clinical Nurse Specialists – undertaking these roles commonly provide clinical leadership and education for the Staff Nurses working in their department, and will also have special skills and knowledge which ward nurses can draw upon.
  • Nurse Consultants – these nurses are similar in many ways to the clinical nurse specialist, but at a higher level. These practitioners are responsible for clinical education and training of those in their department, and many also have active research and publication activities.
  • Lecturer-Practitioners – these nurses work both in the NHS, and in universities. They typically work for 2–3 days per week in each setting. In university, they may train pre-registration student nurses (see below), and often teach on specialist courses for post-registration nurses (e.g. a Lecturer-practitioner in critical care may teach on a Masters degree in critical care nursing). Lecturer-Practitioners are now more often referred to by the more common job title of Practice Education Facilitators (shortened by student nurses to PEFs).
  • Lecturers – these nurses are not employed by the NHS. Instead they work full time in universities, both teaching and performing research. Typically Lecturers in Nursing are qualified to a minimum of Masters Degree and some are also qualified to PhD level. Some senior lecturers also attain the title of Professor. This title is more often the School/Department Dean e.g. Dean/Vice Dean School of Health & Social Care.

[edit] Managers

Many nurses who have worked in clinical settings for a long time choose to leave clinical nursing and join the ranks of the NHS management. This used to be seen as a natural career progression for those who had reached ward management positions, however with the advent of specialist nursing roles (see above), this has become a less attractive option.

Nonetheless, many nurses fill positions in the senior management structure of NHS organisations, some even as board members. Others choose to stay a little closer to their clinical routes by becoming clinical nurse managers or Modern Matrons.

[edit] Nurse education

[edit] Non-registered staff

There is no mandatory training for most people undertaking these roles. The majority of NHS employers however, have created “in-house” training for these members of staff, both in the form of induction programmes and ongoing education to achieve a recognized qualification. Some work collaboratively with local further education colleges to provide theoretical input, and may award a recognised qualification. It is becoming more common for NHS employers to ask for some type of health or social care qualification for potential new members of staff for example, an SVQ/NVQ or HNC/HND with various qualification names including health care, social care and health & social care.

Many trusts and health boards create opportunities for these staff members to become qualified nurses, this is known as secondment (whereby the trust/health board continues to pay them for the duration of their training, and often guarantees employment as qualified nurses following the completion of their training).

[edit] Pre-registration

In order to become a registered nurse, and work as such in the NHS, one must complete a programme recognised by the Nursing and Midwifery Council. Currently, this involves completing a degree or diploma, available from a range of universities offering these courses, in the chosen branch speciality (see below), leading to both an academic award and professional registration as a 1st level registered nurse. Such a course is a 50/50 split of learning in university (i.e. through lectures, essays and examinations) and in practice (i.e., supervised patient care within a hospital or community setting).

These courses are three (occasionally four) years long and must be 4600 hours in length to meet the requirements of the NMC. The first year is known as the common foundation programme (CFP), and teaches the basic knowledge and skills required of all nurses. The remainder of the programme consists of training specific to the student’s chosen branch of nursing. These are:

  • Adult nursing.
  • Child nursing.
  • Mental health nursing.
  • Learning disabilities nursing.

Midwifery training is similar in length and structure, but is sufficiently different that it is not considered a branch of nursing. There are shortened (18 month) programmes to allow nurses already qualified in the adult branch to hold dual registration as a nurse and a midwife. Shortened courses lasting two years also exist for graduates of other disciplines to train as nurses. This is achieved by more intense study and a shortening of the common foundation programme.

Student nurses currently receive a bursary from the government to support them during their nurse training. Diploma students in England receive a non-means-tested bursary of around £6000 per year (with additional allowances for mature students or those with dependant children), whereas degree students have their bursary means tested (and so often receive less). Degree students are, however, eligible for a proportion of the government’s student loan, unlike diploma students. In Scotland and Wales, however, all student nurses regardless of which course they are undertaking, receive the same bursary in line with the English diploma course. All student nurses in Wales study, initially, for a degree, but may chose to remain at Level 2 for their third year, therefore achieving a diploma in place of a degree.

Before Project 2000, nurse education was the responsibility of hospitals and was not based in universities; hence many nurses who qualified prior to these reforms do not hold an academic award.

[edit] Post-registration

After the point of initial registration, there is an expectation that all qualified nurses will continue to update their skills and knowledge. The Nursing and Midwifery Council insists on a minimum of 35 hours of education every three years, as part of its post-registration education and practice (PREP) requirements.

There are also opportunities for many nurses to gain additional clinical skills after qualification. Cannulation, venepuncture, intravenous drug therapy and male catheterisation are the most common, although there are many others (such as advanced life support) which some nurses will undertake.

Many nurses who qualified with a diploma can choose to upgrade their qualification to a degree by studying part time. Many nurses prefer this option to gaining a degree initially, as there is often an opportunity to study in a specialist field as a part of this upgrading.[citation needed] Financially, in England, it is also much more lucrative, as diploma students get the full bursary during their initial training, and employers often pay for the degree course as well as the nurse’s salary.

In order to become specialist nurses (such as nurse consultants, nurse practitioners, etc.) or nurse educators, some nurses undertake further training above bachelors degree level. Masters degrees exist in various healthcare related topics, and some nurses choose to study for PhDs or other higher academic awards. District nurses and health visitors are also considered specialist nurses, and in order to become such they must undertake specialist training (often in the form of a top up degree (see above) or post graduate diploma).

All newly qualifying district nurses and health visitors are trained to prescribe from the Nurse Prescribers’ Formulary, a list of medications and dressings typically useful to those carrying out these roles. Many of these (and other) nurses will also undertake training in independent and supplementary prescribing, which allows them (as of May 1, 2006) to prescribe almost any drug in the British National Formulary. This has been the cause of a great deal of debate in both medical and nursing circles.[5]

[edit] Hierarchy and nursing roles

Traditionally, on completion of training, nurses would be employed on a hospital ward, and work as staff nurses. The ward hierarchy consists of:

  • Healthcare Assistants etc. (see above for other titles) – Unregistered staff responsible for providing direct patient care, under the supervision of qualified nurses (often staff nurses). Under clinical grading (see below), these staff usually attracted A or B grades, and are now employed in Bands 2-3 under Agenda for Change (see below) although some roles are continuing to be developed and warrant a position at band 4 perhaps with a different title and involves more experience and/or qualifications. These positions at band 4 can often be referred to as Associate Practitioners and provide a more complex support role to the Registered Practitioner and/or Physician.
  • Staff Nurses – the basic grade of qualified nursing staff. These nurses are responsible for a set group of patients (e.g. one bay of a ward) or tasks (e.g. administering medications). In clinical grading, these nurses were usually employed at D grade, under Agenda for Change they are most likely to attract a band 5 salary. Level two nurses often hold positions anywhere between C and E grades, but are now banded exactly the same as first level staff nurses.
  • Senior staff nurses – these nurses carry out many of the same tasks, but are more senior to the staff nurses. This difference is usually academic, although it is evident occasionally when a senior staff nurse is in charge of the ward or department area during a shift. Employed at E or F grade under clinical grading, and may be assigned band 5 or 6 under Agenda for Change.
  • Junior/Deputy Sister; Charge Nurse; Ward Manager – responsible for the day-to-day running of the ward, and may also carry specific responsibilities for the overall running of the ward (e.g., rostering) in accordance with the wishes of the ward manager. These nurses were usually employed at F grade under clinical grading, and now are most likely to be assigned band 6, although some have attracted a band 7 salary.
  • Sister/Charge Nurse; Ward Manager – this nurse is responsible for running a ward or unit, and usually has budgetary control. He/she will employ staff, and be responsible for all the local management (e.g., rostering, approving pay claims, purchasing equipment, delegation duties or tasks). These nurses were previously employed at G grade, and now usually attract a band 7 salary (occasionally band 6, e.g. in the case of a small ward/ department, or if responsibility is shared).
  • Senior Sister; Charge Nurse; Senior Ward Manager – if there is a need to employ several nurses at a ward manager level (e.g. in A&E), then one of them often acts as the senior ward manager. These nurses were previously graded G or H, and now attract a banding anywhere between 6 and 8c.

There are also positions which exist above the ward level:

  • Clinical Nurse Manager/ Nurse Lead – A nurse who is responsible for an entire directorate/department (i.e. Surgical, Medical Diagnostic & Imaging etc.) or at least more than one ward, is often referred to as a clinical nurse manager. Depending on both the inclination of the NHS trust and themselves, they may be more or less involved in actual clinical nursing or management on a clinical level. Often employed at H grade, these nurses now attract band 8a (or occasionally 8b/8c) under Agenda for Change.
  • Modern Matrons – brought in in response to patients’ perceived detachment of nursing from its vocational history, the modern matron is responsible for overseeing all nursing within a department or directorate. Modern matrons used to be employed at H or I grades, and are now most commonly employed on bands 8a-c, occasionally on band 7. See Matron for more details of this role and its historical roots. Modern matrons were poorly received by the majority of nursing staff and their imposition was not called for by any professional group within the health service leading to many seeing the role as a waste of money and a professional step backwards especially as there is no clear role for them across the health service.[citation needed]

The status in the hierarchy of specialist nurses is variable, as each specialist nurse has a slightly different role within their respective NHS organisation. They are generally experienced nurses, however, and are employed at least on band 6 (previously F grade).

[edit] Pay scales

Until recently October 2004, all nurses in the NHS were employed on a scale known as clinical grading (see below). Agenda for Change was developed by the NHS in response to criticisms that the old scale reflected length of service more than knowledge, responsibility and skills.

Whilst developed by the NHS for its own use, both of these systems are in widespread use throughout the private sector.

[edit] Clinical grading

Also known as the Whitley system. This placed nurses (and some other hospital staff) on “grades” between A and I (with A being the most junior, and I the most senior).

Unregistered staff were employed on grades A and B (and occasionally C). Second level nurses were employed on various grades (usually between C and E), with first level nurses taking up grades D-I.

This system is still very popular amongst nurses, who will often refer to themselves by their old clinical grade than their Agenda for Change band (see below).[citation needed]

[edit] Agenda for Change

This system puts nurses (and most other non-medical/dental staff) on “bands” between 2 and 9. Unregistered staff take up bands 2-4, with qualified staff taking bands 5-8. Band 9 posts are for the most senior members of NHS management, currently there are no such positions in existence for nurses, although there will probably be such a position in future nursing in the UK.

The idea of this system is “equal pay for work of equal value”. There was a perceived discrepancy, under clinical grading, between ones grade (and therefore pay) and the work which one actually did, which Agenda for Change aimed to fix. Most NHS staff are now on the AfC system which took quite a long time to implement across the UK. A small percentage of staff are still going through an appeal procedure as they disagree with the band that they have been placed on.

Agenda for Change pay bands starting 1 April 2010, for the period of 2010/11. Pay for nurses on each of the bands is as follows:

  • Band 2: £13,653 – £16,753
  • Band 3: £15,610 – £18,577
  • Band 4: £18,152 – £21,798
  • Band 5: £21,173 – £27,534
  • Band 6: £25,472 – £34,189
  • Band 7: £30,460 – £40,157
  • Band 8a: £38,851 – £46,621
  • Band 8b: £45,254 – £55,945
  • Band 8c: £54,454 – £67,134
  • Band 8d: £65,270 – £80,810
  • Band 9: £77,079 – £97,478 [6]

Most nurses in England and Wales are now employed under Agenda for Change terms, however there are some still employed on clinical grades, especially in Scotland where only 9%[7] of the workforce has been assimilated. The government has set numerous targets for the transition to be complete (all now passed), but a full transition is yet to take effect.

There have recently been complaints of Agenda for Change being a sexist system, as nurses, who are mostly female, claim that, as a profession, they are under-valued using this system.

 

Cervello, maschi e femmine una sfida “multitasking” – Repubblica.it

Al centro della contesa la capacità delle donne di fare tante cose insieme. Ma un recente libro smonta le ipotesi sessiste: “E’ un organo misterioso” dal nostro inviato ANGELO AQUARO

LE RAGAZZE si arrendano: i maschietti hanno un cervello del 9 per cento più grande del loro. Beh, potrebbero giustamente replicare le signorine, dipende dall’uso che ne fanno.. Macché: gli uomini hanno comunque una quantità di “materia grigia” 6 volte e mezzo più grande di quella delle donne. Due a zero? Fosse così semplice: la sfida sul cervello tra uomini e donne è la partita più pericolosa che gli scienziati di tutto il mondo stanno giocando da anni. L’ultima bordata è partita in questi giorni: “Le delusioni del genere” si chiama il libro con cui Cordelia Fine spara a zero contro le teorie che enfatizzano una differenza sostanziale tra i due cervelli. Un atto d’accusa che mette nel mirino le conclusioni di quella corrente rappresentata soprattutto da Louann Brizendine, la dottoressa che pure si dichiara spassionatamente femminista e che ha scritto due libri, “Il cervello maschile” e “Il cervello femminile”, schizzati in testa alle classifiche con tanto di polemiche sul politicamente corretto.

Esperta contro esperta: una battaglia tra donne? È proprio contro la generalizzazione dei sessi che si batte “Le delusioni del genere”. Prendete la fatica che il New York Post ha fatto per evidenziare almeno cinque/sei punti di differenza tra uomini e donne. I risultati? Le differenze si giocano soprattutto sul ruolo dell’amigdala. È il centro del cervello in cui vengono prese le decisioni di agire. E siccome negli uomini è più grande il sesso cosiddetto forte reagirebbe con più impulsività e violenza di fronte agli eventi insoliti. E ancora.

Se è vero che gli uomini, per esempio, hanno più “materia grigia” – il che spiegherebbe perché eccellono per esempio nella matematica – è pur vero che le donne hanno più “materia bianca”, che sarebbe quella che permette di connettere le diverse parti del cervello, esercitando così la funzione oggi comunemente detta multitasking, che poi sarebbe quel miracolo che da sempre ammiriamo in tante mamme: la capacità di badare a più cose nello stesso tempo, dai pianti del bebè allo sbuffo del caffè. Non basta. Le donne sorpasserebbero gli uomini anche nell’ultimo campo di osservazione della neurologia, quei “neuroni specchio” che ci permettono di “sentire” gli altri, rivivere le emozioni, agire insomma empaticamente: risolvendo così anche la sempiterna questione della “sensibilità” femminile – problemino mica da poco per tanti maschietti.

Sarà vero? Le differenze, dice ora l’eretica Cordelia, magari esistono: ma sono culturali. E più si creano aspettative su certi comportamenti “maschili” (la capacità di reazione fisica) e “femminili” (la capacità di prendere posizioni più ponderate) e più noi tutti uomini e donne ci sentiamo portati a comportarci secondo lo schema. “Malgrado tantissime scoperte recenti, quest’organo rimane per la maggior parte sconosciuto” dice un’autorità come Anne Fausto-Sterling (un’altra donna!) della Brown University del Rhode Island. E proprio per il mistero che lo circonda, il cervello “rappresenta il mezzo ideale su cui proiettare tutte le nostre ipotesi riguardo al ruolo delle differenze di genere”. Sessismo? Cordelia, Anne e le altre non hanno dubbi: “Neurosessismo”. In fondo, questo sì, un vecchissimo riflesso del cervello.

(21 settembre 2010)

La proteina che può battere l’Aids un’arma custodita dalle scimmie – Repubblica.it

La proteina che può battere l’Aids
un’arma custodita dalle scimmie

Uno studio Usa ha individuato in 6 aminoacidi della Trim5A l’arma in grado di debellare l’Hiv nel macaco Rhesus. Ora si punta a farmaci che ne replichino gli effetti, visto che nell’uomo lo stesso “scudo” non riesce a contrastare la fonte della sindrome da immunodeficienza acquisita

ROMA – Esiste una proteina che nelle scimmie riesce a bloccare e debellare l’infezione da Hiv. Si chiama Trim5a e nel macaco mulatto (Rhesus) – specie diffusa in tutta l’Asia e tra le più utilizzate dalla ricerca scientifica – è in grado di distruggere il virus. L’annuncio arriva dai laboratori della Loyola University di Chicago dove l’equipe guidata da Edward M. Campbell ha concluso una ricerca sul rapporto tra la malattia e l’azione di questo particolare polipeptide.

A rendere inattivo l’Hiv, spiega lo studio pubblicato sulla versione online di Virology, sono sei degli oltre 500 aminoacidi che compongono la sequenza molecolare della Trim5a. Le proteine in questione prima bloccano il virus, poi passano al contrattacco con un’azione di gruppo e distruggono l’Hiv. La scommessa della ricerca ora si sposta su un altro obiettivo. Nell’uomo, infatti, la Trim5a non ha la stessa potenza difensiva e tra i virus che riesce a contrastare non c’è quello che provoca la sindrome da immunodeficienza acquisita. Perché? La differenza con la Trim5a delle scimmie dipende da una mutazione della struttura molecolare?

Campbell e la sua équipe cercheranno le risposte proseguendo sulla strada della mappatura genetica della proteina nella speranza di scoprire la “combinazione” che rende così forti i 6 aminoacidi individuati (grazie a un microscopio da 225mila dollari). Lo scopo finale è rendere la Trim5a più efficace e arrivare a farmaci che, replicandone l’azione che ha nelle scimmie, siano in grado di bloccare o sconfiggere la malattia anche nell’uomo.

Non è la prima volta che la Trim5a è oggetto di una sperimentazione scientifica. Già nel 2004 altri ricercatori avevano osservato che proteggeva le scimmie Rhesus dall’Hiv. Il passo avanti è nell’individuazione degli aminoacidi che svuolgono il ruolo primario nell’effetto difensivo contro il virus. ”Si tratta di studi molto interessanti – commenta Giorgio Palù, presidente vicario della Società italiana di Virologia – che ci aiutano a capire perché le scimmie, pur essendo infettate dall’Hiv, non si ammalano come accade agli uomini. Identificare gli aminoacidi che differenziano l’uomo dall’animale potrebbe aprire le porte a nuove cure come un’immunizzazione cellulare o una terapia genica che utilizzi staminali sane per stimolare un’immunità naturale”.

Il povero è più generoso perché non ha paura degli altri

Una ricerca dell’università di Berkeley spiega che è più incline a fare beneficienza chi riesce a fidarsi del prossimo. Più sospettosi i ricchi, educati a proteggere il patrimonio in ogni circostanza e a vedere minacce dappertutto. Ad eccezione di quelli americani, cresciuti in una società abituata al rischio economico di SARA FICOCELLI

BERKELEY (Stati Uniti) – Avranno anche tante debolezze ideologiche, ma una cosa degli americani va detta: quando si tratta di donare a fondo perduto, sono meno diffidenti di noi. Da star come Sean Penn, impegnato per aiutare le vittime dell’uragano Katrina e i terremotati di Haiti, a miliardari come Bill Gates e Warren Buffett, che lasceranno l’eredità non alla famiglia ma a fondazioni benefiche, per gli statunitensi versare soldi senza poter controllare il modo in cui verranno gestiti è una cosa normale. La donazione a enti e associazioni, per loro, non equivale a una possibile truffa, ma è l’essenza stessa del fare beneficienza, perché disinteressata. I soggetti danarosi non mancano certo in Europa, ma quasi mai devolvono il patrimonio a organizzazioni di questo tipo. E quando lo fanno, come nel caso del patron dell’Ikea Mel Simon, a spingerli è più che altro la scarsa considerazione dei legittimi eredi.

Quello che però non tutti sanno è che anche i poveri, negli Usa, fanno molta beneficienza a enti no profit. L’università di Berkeley ha addirittura dimostrato che questo tipo di generosità è un valore che appartiene più a loro che ai miliardari. E questo perché, spiegano gli scienziati sul prestigioso Journal of Personality and Social Psychology, chi ha poco da perdere si fida di più, e la fiducia è un elemento indispensabile quando si donano i propri risparmi a chi non si conosce personalmente.

Fiducia nel prossimo e magnanimità sono, secondo gli studiosi californiani, valori direttamente proporzionali: chi ha l’uno possiede anche l’altra, indipendentemente da status sociale, geni e cultura di appartenenza. Il ricercatore Paul Piff, tra i massimi esperti americani di psicologia sociale, ha sottoposto 115 volontari a un “trust game”, uno dei tre principali test della teoria dei giochi, dimostrando che proprio chi è meno abbiente è disposto a rischiare per aiutare economicamente un’altra persona. Pur non conoscendola e non sapendo come userà quel denaro.

Nel povero manca la paura – tipica dei ricchi – di perdere tutto e venire raggirato. Piff e il suo team lo hanno capito chiedendo ai volontari di decidere se donare o meno a degli sconosciuti 10 gettoni di presenza, che al termine dell’esperimento sarebbero stati convertiti in denaro. I più generosi sono stati proprio i più poveri, mentre i vontari benestanti, educati dalla famiglia alla diffidenza, hanno tenuto per sè la maggior parte dei gettoni. In particolare, il 2,1% degli intervistati ricchi ha dichiarato che avrebbe volentieri donato buona parte dei propri soldi, contro il 5,6% dei volontari di basso ceto.

La ricerca della University of California di Berkeley è la prima del genere mai realizzata e, a differenza di altri studi 1, mette in evidenza un particolare aspetto della generosità, legato all’incertezza totale del buon esito del gesto e alla capacità di fidarsi del prossimo. E’ quindi molto più probabile che sia un povero ad adottare a distanza un bambino che non un ricco, proprio perché quest’ultimo è stato educato al sospetto e alla conservazione del patrimonio dalle minacce esterne.

“E non è neppure un caso – spiega il professor Paolo Legrenzi, professore ordinario di Psicologia cognitiva all’Università IUAV di Venezia e autore di Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo (Il Mulino, 2009) – che i miliardari più generosi siano tutti americani, perché la cultura statunitense è più abituata al rischio e a fidarsi del prossimo. Da noi, in Europa e soprattutto in Italia, è invece diffusa l’idea che tutto ciò che non si conosce rappresenti una minaccia e che l’obiettivo principale del prossimo sia quello di truffarci”.

Legrenzi sta per pubblicare un libro di psicologia economica in cui un capitolo sarà dedicato proprio al rapporto tra fiducia e denaro. “Questa ricerca è particolarmente interessante – spiega – perché i dati sono stati raccolti con un trust game, un gioco finalizzato a rilevare il livello di fiducia dei partecipanti. Il ricercatore non ha fatto un sondaggio o un’inchiesta ma ha voluto verificare il rapporto tra fiducia e generosità, dimostrando che i più generosi sono anche i soggetti più umili. Quelli con una vita di relazione più ampia, meno abituati a vedere il prossimo come un nemico o un potenziale parassita”.

Il professore spiega anche che esistono quattro tipologie di rapporto tra soldi e fiducia: la fiducia ben riposta, la fiducia mal riposta, la sfiducia ben riposta e la sfiducia mal riposta. L’appartenenza a una categoria piuttosto che a un’altra determina il nostro atteggiamento mentale nei confronti degli altri e del denaro. “E generalmente – spiega l’autore di Non occorre essere stupidi per fare sciocchezze (Il Mulino, 2010) – chi non si fida molto degli altri al trust game risulta taccagno. Chi non si fida mai fa una sciocchezza perché, pur di non commettere errori, si prima di molte possibilità. La differenza tra sciocchezza ed errore è che la prima esclude tutte le variabili, sia quelle negative che positive, mentre l’errore è indispensabile per crescere, anche economicamente. Chi è ricco fa molte sciocchezze, chi è povero molti errori”.

Sarà dunque per questo che, spesso, noi italiani offriamo la cena a intere tavolate di amici ma non siamo capaci di donare 10 euro a un’associazione no profit. E che dire di quel nostro conoscente pieno di soldi che non dà mai l’elemosina, e di quell’altro, precario, che ogni anno dona 50 euro ai bastardini del canile? E’ un problema di fiducia, dicono gli scienziati. E quindi, in senso più ampio, anche di sensibilità.

Allarme per il superbatterio invincibile L’India contro Lancet: “Non è nato qui” – Repubblica.it

Allarme per il superbatterio invincibile
L’India contro Lancet: “Non è nato qui”

Un gruppo di ricercatori inglesi ha individuato un ceppo di microrganismi che resiste a ogni classe di farmaci e che si sta diffondendo in tutto il globo. E afferma: “La culla del superbatterio è l’India”. Sotto accusa l’uso scorretto degli antibiotici e il “turismo medico”. I parlamentari di Nuova Delhi: “E’ una cospirazione delle case farmaceutiche”

Qualche decennio fa sembrava quasi conclusa la lotta alle malattie infettive: dopo lo sviluppo di diverse famiglie di farmaci, era opinione diffusa che per i batteri non ci fosse più scampo. Adesso invece è chiaro che non è così. Come in una guerra, i microrganismi si sono armati di scudi potenti e sono tornati a far paura come un tempo. Il motivo principale di questa loro evoluzione è la pressione selettiva a resistere agli antibiotici, vale a dire l’estremo tentativo di non farsi uccidere da nuove classi di farmaci. I cosiddetti “superbatteri” appartengono soprattutto alla categoria dei Gram-negativi, i cui ceppi più resistenti sono da varie parti considerati una minaccia per la salute pubblica globale.

L’ultimo allarme arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Lancet Infectious Diseases, una delle voci più autorevoli nel campo delle malattie infettive. La ricerca, dal titolo “Emergenza di un nuovo meccanismo di resistenza agli antibiotici in India, Pakistan e Regno Unito”, riporta dell’isolamento di ceppi di enterobatteri (microrganismi che popolano l’apparato digerente) resi resistenti a gran parte dei farmaci “grazie” – si fa per dire – all’opera di un gene di origine indiana.

Ma la pubblicazione non è passata inosservata e subito ha innescato le polemiche. Dall’India sono intervenuti diversi deputati e lo stesso ministro della Salute. Lo studio, che inivudua nel paese asiatico la ‘culla’ di un nuovo superbatterio resistente agli antibiotici, secondo i parlamentari sarebbe frutto di ‘una cospirazione’ delle multinazionali farmaceutiche.  “E’ scorretto legare questo virus all’India – ha affermato il ministro della Salute indiano in un comunicato – questa variante può essere contratta in qualunque paese del mondo”. Lo studio aveva esaminato 50 casi di infezione dovuta al batterio in Gran Bretagna, diversi dei quali erano stati trovati in persone che erano andate in India per sottoporsi a interventi di chirurgia estetica a basso costo.

“Noi rifiutiamo l’idea che gli ospedali indiani non siano sicuri per i turisti sanitari”, si legge ancora nel comunicato, mentre un membro del parlamento indiano citato dalla Bbc è ancora più esplicito: “L’India sta emergendo come una destinazione per il turismo medico – afferma – e questo tipo di notizia potrebbe far parte di un sinistro disegno delle multinazionali farmaceutiche”. Con il termine “medical tourism” o “medical travel” ci si riferisce a un fenomeno in crescita nel Regno Unito e non solo, ovvero la tendenza a viaggiare in paesi asiatici per sottoporsi a operazioni chirurgiche o trattamenti estetici senza liste d’attesa e a prezzi contenuti.

Il gene su cui si concentra la ricerca di Timothy R. Walsh, professore alla Cardiff University, e colleghi è chiamato New-Delhi-Metallo-1 (Ndm-1) ed è stato caratterizzato per la prima volta proprio in India. Già l’anno scorso il gruppo di Walsh aveva analizzato il caso di un paziente rimpatriato in Svezia dopo essere stato ricoverato in un ospedale di Nuova Deli. “Il paziente – spiegano gli autori – era colonizzato dai batteri Klebsiella pneumoniae ed Escherichia coli mutati con il gene Ndm-1”. E’ proprio la proteina codificata da questo gene (una metallo-beta-lattamasi) ad aver reso i batteri straordinariamente resistenti anche ai carbapenemici, ossia gli antibiotici di ultima generazione. Tale proteina, infatti, si discosta molto dalla “famiglia d’origine” che costituisce il bersaglio dei carbapenemici, ed è quindi completamente immune a questi farmaci.

Ad allarmare i medici di tutto il mondo è soprattutto la rapidità con cui questi ceppi si stanno diffondendo in diverse parti del globo. Il gruppo di Walsh, infatti, ha individuato oltre cento casi tra India, Pakistan e Bangladesh e 37 pazienti infetti nel Regno Unito. In particolare, fra i casi d’oltremanica 17 avevano viaggiato nel subcontinente nel corso dell’ultimo anno e in 14 erano stati ricoverati in un ospedale locale; per alcuni si trattava di situazioni d’emergenza, per altri di una precisa scelta di “turismo medico”. E’ proprio questa abvitudine, unita alla sempre maggiore frequenza dei viaggi intercontinentali, a far sì che questi ceppi non solo si diffondano su scala mondiale, ma siano più propensi a “incontrare” altri superbatteri. In tal senso, il timore dei ricercatori è la comparsa di microrganismi omni-resistenti pressoché invincibili.

L’aumento della farmacoresistenza nei batteri Gram-negativi è dovuto principalmente a geni “mobili” che si trovano sui plasmidi. Questi ultimi sono piccole molecole di Dna batterico che di norma contengono geni la cui attività è essenziale solo in determinate condizioni. Proprio per questo, i batteri hanno sviluppato diversi meccanismi per “passarsi” i plasmidi tra loro, così da sopravvivere anche in condizioni altrimenti proibitive. Facendo l’esempio del corpo umano, i microrganismi che riescono a “inventarsi qualcosa” sono gli unici a superare l’attacco – combinato, e dunque solitamente vincente – di sistema immunitario e antibatterici.

Una nuova era? In molti si stanno chiedendo se la scoperta dei superbatteri segni l’inizio di un’era “post-antibiotica”. La risposta a questa domanda oscilla tra punte di ottimismo e pessimismo, com’è tipico di ogni fase di incertezza nella ricerca scientifica. Un fatto certo, spiega Walsh, è che “gli enterobatteri mutati con l’enzima Ndm-1 sono altamente resistenti a molte classi di antibiotici e potenzialmente annunciano la fine dei trattamenti con β-lactami, fluoroquinoloni e amino glicosidi: le principali classi di antibiotici utilizzate per combattere le infezioni Gram-negative”. Da qui però non bisogna trarre conclusioni affrettate. Come hanno mostrato i ricercatori, infatti, questi ceppi sono ancora sensibili ad alcuni farmaci (colistina e tigeciclina).
In ogni caso, tutti concordano su un aspetto: l’importanza di diffondere una cultura ragionata dell’antibiotico. Da questo punto di vista, un corretto uso dei farmaci (sempre supervisionato dai medici) e l’osservazione di procedure di sterilizzazione più accurate negli ambienti clinici-ospedalieri potrebbero essere sufficienti a contenere lo sviluppo dei superbatteri, soprattutto in quelle parti del mondo in cui l’educazione medica dei pazienti non è ben radicata.

La ragione per cui paesi come l’India, il Pakistan e il Bangladesh sembrano essere terreni particolarmente fertili per il gene Ndm-1 può essere trovata, suggerisce Lancet, nell’utilizzo poco oculato degli antibiotici tra la popolazione locale. Nel suo studio Walsh cita un editoriale apparso sul Journal of Association of Phisicians of India a firma dell’esperto in malattie infettive Abdul Ghafur, emblematicamente intitolato: “Annuncio mortuario – sulla morte degli antibiotici!”. Ghafur spiega come in India sia sempre più diffusa la somministrazione di antibiotici senza prescrizione medica, il che ha portato a una pressione selettiva molto forte e destinata, a meno di interventi appositi, a crescere ulteriormente. In un mondo sempre più piccolo e connesso, insomma, non ci resta che sperare – e agire – affinché il corretto uso di farmaci e antibiotici diventi anch’esso globale.